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La realtà simbolica di Rocco Normanno

Vittorio Sgarbi


Di Rocco Normanno mi parlò la prima volta Anna Checcoli, un’amica fiorentina la cui voce e le cui lettere mi arrivavano da un passato remoto, sopito e mai spento, con intermittenti accensioni. Forse dopo quindici anni dall’averla incontrata in Santo Spirito a Firenze, mi avviò un giovane timido e composto, con alcune vivide illustrazioni, alla mostra caravaggesca in Palazzo Reale a Milano, da me organizzata nel 2005.

Rocco Normanno, silenzioso ma intimamente soddisfatto, mi sottoponeva le sue parabole di vita quotidiana avvertendo il compiacimento della mia osservazione. Ci fù così, a lui e a me, chiaro tutto. Io chiamai Maurizio Caprara e gli dissi della singolare opportunità di esporre le opere di un caravaggesco vivente, l’ultimo dei caravaggeschi. Era una definizione pertinente e propria, giacché Normanno, come ben si vede nella “Incredulità di San Tommaso”, con cui si apre questa mostra, traveste i personaggi delle storie bibliche o evangeliche in abiti contemporanei.

Le attitudini, lo spirito, anche i silenzi, restituiscono l’aura di Caravaggio, sempre drammatica, sempre simbolica. E non è all’opera soltanto un virtuoso, ma un nuovo e autentico pittore della realtà. Gli episodi più frequenti e consueti della iconografia religiosa, si rinnovano e rivivono sulla scena della vita quotidiana.

Così: “Giuditta e Oloferne”, la “Partenza per Betlemme”, “Davide e Golia”, così la stessa “Madonna con Bambino”. L’attualizzazione di Normanno è radicale, è programmatica e pedagogica. E non è fotografica, anche se si giova della fotografia. È, bensì, teatrale. I suoi amici e conoscenti sono chiamati a gran voce per entrare nella pittura, assumendo i ruoli di personaggi di storie bibliche ed evangeliche e dando loro le proprie sembianze.

La novità è che tutto accade oggi, e occorre una più forte concentrazione sull’immagine per risalire al tema illustrato. L’idea è semplice, ma così intensa da lasciarci increduli. E qui la realtà assume un significato simbolico, un secondo livello oltre quello dell’apparenza. Tanto che la prima realtà rapidamente si dissolve, e noi siamo costretti a vedere altro. Anche chi sarà invitato alla vernice di questa mostra potrà entrare in scena e farsi l’Angelo senza ali di una nuova Annunciazione, o Maria Maddalena, o Caino.

Non dovrà fare altro che continuare a vivere come se stesso. La pittura di Normanno ne asseconderà l’esistenza indirizzandola verso un valore più alto, verso una verità scritta nella storia dell’uomo.

L’attesa, la solitudine, il trionfo

Anna Checcoli


Cercare di scandagliare l’ideale che anima la produzione di un’artista è sempre impresa complessa e delicata. È con grande umiltà che mi accosto, dunque, al difficile compito della presentazione del pittore e dell’amico.

L’inizio della sua ricerca affonda le radici nel lavoro di Leonardo Da Vinci, il quale afferma dogmaticamente: “Farai le figure in tale atto il quale sia sufficiente a dimostrare quello che la figura ha nell’animo; altrimenti la tua pittura non sarà laudabile”.

Rocco Normanno ha più volte ribadito la sua predilezione per la grande pittura figurativa, ritenendo che tutte le esperienze vissute dall’uomo nel corso della sua esistenza sedimentino nella memoria, fino a costruire l’individuo, fino a modificarne il volto e l’espressione, tanto da permettere l’affioramento dell’immagine di sé, in una corrispondenza biunivoca tra interiorità ed esteriorità.

Il nostro giunge dunque allo studio del ritratto come espressione, talvolta, delle dinamiche psichiche delle relazioni tra artista e modello, oppure della psicologia individuale. È in questo contesto che si inserisce una ulteriore variante della sua elaborazione concettuale e, quindi, della sua produzione artistica.

È nella meticolosa resa degli oggetti e dei personaggi rappresentati, è nella poetica del rapporto luce-ombra, così evidente nelle sue opere, è nell’interpretazione degli avvenimenti sacri, biblici, allegorici come fatti semplicemente umani, eliminando ogni richiamo agli schemi prefissati, ma anzi inventando un suo particolare repertorio, e in questo contesto, dicevo, che bisogna parlare di Normanno come del principale rappresentante di un nuovo Realismo e di un nuovo Rinascimento, esattamente come, circa quattrocento anni fa, si è parlato di Caravaggio, testimone di due tradizioni diverse: il realismo lombardo e il rinascimento veneto.

Nel panorama talvolta ripetitivo dell’arte contemporanea, si distingue Rocco Normanno, un’artista che esprime liberamente se stesso con un linguaggio autonomo, ma che si rifà alla poetica caravaggesca, dipingendo persone comuni, facendole assurgere a grandi interpreti di temi biblici o mitologici rivisitati in modo adeguato.

Esattamente come nelle opere di Caravaggio, Normanno affronta i suoi racconti immergendoli nella realtà del nostro tempo, nella contemporaneità, con personaggi in abiti moderni. E la luce è l’elemento caratterizzante dell’intera opera, sia essa una natura morta, siano essi ritratti di famiglia o di individui, chiamati ad interpretare temi complessi come la “Partenza per Betlemme”, il “San Tommaso”, il “Narciso”…

La forza di Normanno, dunque, consiste nel magico potere di trasmettere pittoricamente la sua intellettualità complessa ed articolata, ma anche la sua straordinaria facoltà di osservare e di rappresentare la realtà circostante. Le sue opere ci comunicano sensazioni contrastanti ma complementari, quali l’immobilità del dolore sospeso, quasi cristallizzato in una sorta di eterna perfezione, e la spinta del pathos, un movimento che possiamo avvertire quasi fisicamente.

L’attesa, la solitudine, il trionfo che ha sempre il retrogusto della sconfitta, e viceversa. In Normanno tutto è chiaro, ma tutto è soggetto ad interpretazione, in una lucida visione dei segreti della vita, visione agnostica ma, forse proprio per questo, mistica.

Rocco Normanno: Il Pittore del “Realismo Popolare”

Eraldo Di Vita


L’opera di Rocco Normanno avrebbe potuto tranquillamente rientrare ne: “Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori”, scritte da Giorgio Vasari (1511-1574), che si sarebbe espresso più o meno così:

“Questa è la historia di Rocco Normanno, pintore reale e universale, coloristico nelle mistioni, che sa radiare la luce con la contrarietà dei corpi ombrosi, che sembran le sue figure eseguite in un corso di pennello e ispirate d’un fiato, frutto di uno spirito senza turbamenti e che conosce li confini del bello. Le figure dipinte da questo artista emergono dal nero del Medioevo e si illuminano della luce del Rinascimento, dove la dimensione profondamente psicologica dei suoi quadri risalta all’occhio e al sentimento.”

Ecco come Rocco Normanno, pur operando nel duemila, traghetta, come un novello Caronte, la pittura del ‘500 e ‘600 ai nostri giorni, con la volontà di entrare nell’intimità del soggetto, dove la figura più reale della realtà diventa astrazione mentale, riassettando incosciamente le rovine della nostra civiltà artistica, che dal 1700 ad oggi è stata una continua, incessante ricerca, dove la realtà ha subito le più tragiche trasfigurazioni.

Il realismo di Normanno è attento all’uomo, alle sue emozioni e al suo destino quotidiano, con un riferimento inequivocabile alla realtà concreta, visibile e conoscibile del mondo, attento alle nuove esigenze delle condizioni sociali, economiche e politiche del suo tempo, pur rivisitando a volte istanze del passato per ricondurle all’attualità , vedi “Caino e Abele” e la ferocia con cui Caino sta per colpire Abele con la pietra. I due personaggi sono illuminati da una luce frontale che rende ancora più drammatica la scena.

La particolare tecnica pittorica di questo artista sta nel naturalismo delle sue opere, espresso nei soggetti dipinti e nelle atmosfere in cui la plasticità delle figure viene evidenziata dalla particolare illuminazione che sottolinea i volumi dei corpi che escono improvvisamente dal buio della scena.

Un’altra particolarità di Rocco Normanno è quella di dare poca importanza allo sfondo dell’opera rispetto ai soggetti, i veri e soli protagonisti dei suoi quadri. Le fotografie che servono a Normanno per realizzare i suoi dipinti sono eseguite in modo che le figure o i modelli vengano illuminati dalla luce solo in parte, lasciando il resto del corpo nel buio dell’ambiente.

Lo sfondo, quindi, è quasi sempre monocromatico, oppure illuminato da una luce violenta (per questo Normanno deve essere considerato anche fotografo esperto e particolare).

Normanno conosce bene la pittura antica e segue attentamente quella contemporanea. La sua arte è caratterizzata da una grande dimensione narrativa e teatrale e i suoi quadri sono il palcoscenico di scene vive e di emozioni intense. La sua è una “pittura-azione” in cui l’artista sprigiona la propria creatività, la tecnica e l’energia. Le sue ricerche, quelle di regolarizzare la forma, sono connesse alla volontà di collocare e articolare le figure in una moderna realtà spaziale, nella quale l’elemento portante è costituito dalla luce, come nell’opera “Amorino dormiente” ( riceve la luce che viene dall’alto sul fianco sinistro). Sullo sfondo si intravedono, nella penombra, un cavalletto, una tela e un busto di donna su un trespolo.

Privilegiando la dialettica “luministica” egli mira ad ottenere maggiore rilievo delle figure che assumono quel “realismo popolare” caratteristico di questo artista , come in “Eva”, una donna di colore in stato interessante con la mela in mano. Quest’opera è il preludio (ha lo stesso volto) al grande ritratto di Fiona May, la Dea luminosa e potente, l’icona dello sport italiano, campionessa di salto in lungo.

Gli aspetti più moderni della pittura di questo artista sono da ricercarsi nella pratica di dipingere dall’immagine fotografica, con la mediazione del disegno di e la successiva applicazione del colore che infonde luci ed ombre a quella figurazione; una rappresentazione da palcoscenico, che suggerisce un iter secondo il quale il massimo di realismo corrisponde al massimo di interiorizzazione , vedi “Medea”, che rappresenta i fatti nudi e crudi e la brutalità della vita, anche moderna (un omicidio vero e proprio).

Mediando natura e cultura ,in una luminosa metafora pittorica, Normanno realizza qualcosa che amplia la sfera dell’esistenza spingendosi alla ricreazione visiva oltre i limiti del reale,nell’intento di sostituire la vitalità della propria immaginazione alla forza creatrice della natura, come in “San Matteo e l’Angelo”, dove il giovane con le ali sembra condurre la mano del vecchio che scrive (l’innocenza che prevale sulla sapienza).

Le opere di questo realista sono intriganti, a volte dure come scelte di campo, ma sono sempre personalissime e mantengono integre le componenti della storia dell’arte italiana, ell’immaginazione e della favola. Rocco Normano, come si dice in Toscana, “dipinge come mangia”, nel senso che non corregge nemmeno i difetti dei suoi modelli, anzi li esalta, perchè essi sono legati alla vulnerabilità dell’esistenza umana; per lui ogni dettaglio dell’opera ha un suo significato ben preciso e riesce a mostrare il massimo delle cose col minimo dei mezzi, aiutandoci ad entrare nel soggetto dipinto con le sue e nostre emozioni.

Rocco Normanno, neo-caravaggesco esagerato

Cristina Acidini


Più caravaggista di Caravaggio, più fotografico della fotografia, più ironico d’una parodia.

Conviene ricorrere al paradosso per definire lo stile di Rocco Normanno in tutta la sua oltranza, apparentemente realistica – se ci si attiene alle forme -, in effetti invece onirica e perturbante, se si considerano le situazioni.

Mi spiego subito meglio. A guardare un quadro con Giuditta nell’atto di decapitare Oloferne, assistita dalla serva Abra, che sia di Caravaggio in persona o d’altri del suo tempo che frequentarono il tema biblico, come Artemisia Gentileschi, Louis Finson, Trophime Bigot e altri ancora, si ritrovano gli ingredienti familiari d’una medesima messinscena cruenta e morbosa. La bella vedova in vesti sontuose di broccato o lampasso sulla camicia candida, che maneggiando con sforzo ma con fermezza la spada, recide il collo del generale nemico testé sedotto. Il sangue che sprizza a fiotti e impregna il letto, ancor stazzonato dal loro amplesso. Oloferne stravolto, che esala il soffio vitale nell’urlo estremo della bocca spalancata. La vecchia serva, grifagna e sollecita, che attende la testa per metterla in uno straccio dentro un paniere. Splendore ed efferatezza, calati nei costumi e negli ambienti del XVII secolo, sembrano allontanarsi nella rasserenante distanza d’una rappresentazione teatrale.

Ma quando lo scenario è un’arida terrazza a tetto dopo il crepuscolo: e l’uomo che urla col coltello alla gola è un impudico giovanottone su un letto di fortuna; e chi lo aggredisce è una donnetta secca e discinta, mentre l’anziana complice che serra le mani sul morituro ha la complessione d’una contadina inurbata a far la serva, e tutto questo è presentato da una pittura finitissima e implacabile, rivelatrice d’ogni minimo (e sordido) dettaglio, quotidiano e insieme inspiegabile, ecco che il remake del tema biblico prende tutta un’altra strada e arriva a toccare nel profondo noi osservatori, trovandoci indifesi e partecipi.

L’operazione di Normanno, in fondo, concettualmente non è troppo diversa da quella di Caravaggio, nonché di certi suoi predecessori e seguaci: come il Merisi trasportava l’evento biblico nell’attualità del suo secolo, così Normanno fa un passo avanti in quella direzione e lo ricrea nei costumi e nei luoghi del presente, così da acuire la percezione dell’audacia e dell’orrore. E dunque l’impresa dell’eroina biblica, ancora ben leggibile nel “fermo immagine”, prende gli aspetti, le movenze, i luoghi di un fatto di cronaca nera, di quelli che avvengono tra le mura della casa accanto (“erano tanto brave persone, un po’ riservati, ma salutavano sempre…” commentano di solito i vicini) e che potrebbero un giorno accadere tra noi. La moglie umiliata che uccide il marito violento con la complicità della madre? L’amante che si vendica del fedifrago facendosi aiutare da un’amica? La donna stressata che sopprime il latitante accampato sul tetto? Due megere alleate che aggrediscono un profugo? Non lo sapremo mai, ma sentiamo la certezza che un fatto così può capitare; e quando capita, lascia dietro di sé una scia di domande senza risposta, dubbi, misteri.

Secentesca è altresì l’ispirazione di numerose altre invenzioni di Normanno.

Tizio incatenato – tormentato da un serpente, in attesa l’aquila in arrivo plani sul suo corpo riverso – ha precedenti nelle immagini del Prometeo/Tizio sofferente di Tiziano, Rubens, Rombouts.

L’occhialuto che scrive su una seggiolina, sotto la dettatura di un angelo ignudo di profilo, evoca il perduto San Matteo scrivente di Caravaggio per la cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi a Roma (che gli eredi del cardinale rifiutarono, ordinando al pittore una seconda e più dignitosa versione); ma va anche oltre, insinuando con la nudità innocente e insieme esibita del fanciullo alato il sospetto d’un’intimità non solo letteraria. Il drappo rosso dell’evangelista è già scivolato a terra lasciandolo a torso nudo, e forse presto dalle gracili spalle angeliche cadranno le grandi ali posticce, prese a prestito, come si usava nella Roma del Seicento, dall’armamentario di qualche pittore amico o rivale.

La sua pensierosa solitaria, che emerge dall’oscurità col volto intento e più ancora con la veste candida che sguscia, croccante come seta cruda, dalla frivola sopravveste rossa, sviluppa forse il tema della peccatrice pentita nella Maddalena Doria di Caravaggio…

Luci radenti spioventi dall’alto, da fonti visibili o invisibili – lumi da candela o da cantina – rinforzano le suggestioni caravaggesche.

Con l’universo di immagini delle Sacre Scritture e del mito greco-romano che gli artisti di tutti i tempi hanno declinato in opere d’arte, Normanno entra agevolmente in sintonia anche grazie alla sua nascita “mediterranea”, in Puglia: “…. ci riconduce alle nostre fonti culturali, innovando i soggetti e le iconografie, stupendoci per quanto l’uomo di oggi sia ancora imbrigliato dalle sue debolezze, alle quali, solo attraverso uno sguardo superficiale, possiamo dare il nome di Mito” (F. Libè in Rocco Normanno. Mediterraneo assoluto, Massa e Cozzile, 2013).

Ma al di là delle fonti figurative – a cercare e a trovar le quali si potrebbe continuare con soddisfazione – la pittura di Normanno è in tanto più coinvolgente in quanto concepita e resa, sulla base di disegni dal tratto sicuro, con un naturalismo esagerato che mira a illudere e a convincere. Le forme sono sode e plastiche; le ombre nette e profonde irrompono a risucchiare, intaccare, spezzare le figure, stampandosi senza riguardo sugl’incarnati ambrati o lividi o perlacei. Ancor più che la pittura di Caravaggio, la sua rammenta quella di pittori che appresero così bene il contrastato chiaroscuro del Merisi, da condurlo a conseguenze estreme, come fecero Cecco del Caravaggio e Bartolomeo Manfredi.

Questa verità pittorica a tratti scomoda e disturbante

“…non è fotografica, anche se si giova della fotografia. È, bensì, teatrale. I suoi amici e conoscenti sono chiamati a gran voce per entrare nella pittura, assumendo i ruoli di personaggi di storie bibliche ed evangeliche e dando loro le proprie sembianze” (V. Sgarbi).

Aggiungerei poi che il suo modo compositivo sembra tener conto, nell’enfasi teatrale e persuasiva, della scultura policroma, che sia quella dei “Sacri Monti” del barocco alpino e appenninico con i loro apparati di statue a grandezza naturale, o che sia quella, virtuosistica, del giorno d’oggi: individui a grandezza naturale, che grazie a materiali e tecniche di avanzatissima efficacia danno la sconvolgente illusione della verità fisica, oltrepassando anni luce le pur intriganti statue di cera d’antan. Una mostra memorabile a Bilbao nel 2016 espose una rassegna di queste statue iperrealiste di autori contemporanei, che, come Ron Mueck e Carola Feuerman, declinano nell’attualità la pratica tradizionale del tableau vivant, grazie all’antico inganno dell’arte trompe-l’oeil.

A suo modo Normanno sembra aderisce a questa linea d’inesorabile esattezza della visione ma, nei confronti di artisti specialmente stranieri, rivelando ben più profonda cultura e viva sensibilità per la tradizione. “E’ dunque, in definitiva, un esperimento che ibrida il talento dell’artista contemporaneo, con tutte le sue complesse sovrastrutture, con la grande tradizione della pittura antica, riuscendo a partorire opere dalla monumentalità solenne, ma allo stesso tempo dalla quieta realtà, rivoluzionando una pittura che spesso, specialmente ai nostri giorni, sembra dimenticare i suoi illustri fratelli maggiori”, ne ha scritto Pasquale Di Nota in “Musagete”.

Il traguardo dell’artista, di esporre fatti quotidiani nella loro dimensione carnale e materica, è raggiunto passando per i territori della grande arte europea, che lo sostiene e lo ispira in questo percorso originale e solitario.

Il senso del Sacro antico nella pittura contemporanea di Rocco Normanno

Paolo Vitali

Sarebbe stato interessante conoscere il pensiero di Paolo VI sull’ispirazione artistica di Rocco Normanno. Il 7 maggio 1964, nella solennità dell’Ascensione, ad un anno dalla Sua elevazione a Vescovo di Roma, il Pontefice pronunciava, in una Cappella Sistina gremita, la bellissima e commovente omelia dedicata agli artisti. Da grande intellettuale si preoccupava, prima di tendere una mano alla creatività artistica contemporanea, di fugare ogni turbamento dall’animo dei presenti, facendo così conoscere ai fedeli la grandiosa reverenza del Vicario di Cristo verso la fede riflessa nell’immaginario.

In una storica esortazione mitigata dal vento di pace, chiedeva innanzitutto al genio creativo riunito sotto gli affreschi di Michelangelo di «lasciare che il grande respiro delle emozioni, dei ricordi, della esultazione invadesse liberamente gli spiriti» affinché si potesse ristabilire l’unità di intenti tra la Chiesa e l’arte. Le parole di Montini ispirate certo dalla temperie di un Concilio Vaticano II in fieri non ebbero vasta eco tra i contemporanei di allora, né tanto meno la Chiesa stessa comprese in un primo momento la portata di novità espressa dal Relatore, tuttavia la grande intuizione tracciò un solco profondo nella visione interpretativa di una incipiente fede rinnovata. Se ne accorse bene invece un piccolo entourage di intellettuali legato alla cerchia artistica che interpretò le parole del Pontefice come un ampio monito rivolto a chi era disposto a comprendere e interpretare coscientemente il mondo dello spirito. D’altra parte erano tempi quelli, alla metà del secolo XX, in cui l’estetica intellettualistica rivolta all’astrattismo sembrava avere la meglio sul naturalismo che aveva percorso nei tre secoli precedenti la sua esistenza tanto da sposarsi perfettamente con le indicazioni del concilio tridentino. Nell’omelia si avverte un invito accorato alla ricostruzione del rapporto tra artisti e sacralità, quando il Papa si rivolge così ai presenti:

“È il vostro mestiere, la vostra missione; e la vostra arte è proprio quella di carpire dal cielo dello spirito i suoi tesori e rivestirli di parola, di colori, di forme, di accessibilità.”

Le sue parole sono indirizzate all’artista demiurgo che imprime con il suo segno un messaggio diretto ai fruitori e consegnato nella grandezza della semplicità.

Rocco Normanno, audace assertore di una verità figurativa fuori da ogni limite, nel ritornare sul tracciato di un racconto pittorico ha acceso un dialogo taciturno tra il suo intimo vivere e il visibile spirituale. Egli ne è un testimone forte e mistico, con un temperamento tessuto di un sensibile riguardo verso Chi racconta e mostra una storia sempre giovane e viva. Basterebbe osservare le sue opere da lui gelosamente conservate nello studio - nel loro habitat naturale - per percepire in maniera quasi palpabile il dialogo sussurrato tra la materia e lo spirito. Sottolineo nel suo studio, perché nella loro creazione i dipinti si bagnano di una luce tersa e tonale che è la stessa intrisa dal fulgore che caratterizza gli ambienti, divenendo parte essenziale nel periodare pittorico. Le figure dipinte sono posizionate per lo più in primo piano, in uno sbalzo rappresentativo che sfida il perimetro di una tela che immediatamente si fa finestra. Ed ecco che la carne dei personaggi assume valore pienamente spirituale, traducendo così un fatto straordinario che riverbera il sentire dell’artista. D’altra parte, come lui stesso tiene a mostrare nello spazio dipinto, il valore omodiegetico nel contesto pittorico assume un ruolo importante ma non predominante. Esso testimonia un sentire alto, un colloquio misterioso e silente che prevarica la talentuosa tecnica e si traspone in un ambito del tutto personale. Pertanto viene da chiedersi se l’esecuzione del dipinto che ha per tema il soggetto religioso sia dettata da una predisposizione insita nell’animo dell’artista in cui quell’impalpabile divenire narrativo si fa appunto preghiera. Si ha infatti l’impressione che il voler studiare il particolare, ad esempio, sia un’esigenza spirituale che si trasfonde nelle forme dipinte, nei gesti dei personaggi, attori con volti che nel loro disarmante pallore vanno al di là del tempo e del luogo.

Con questa mia disamina sulla spiritualità dipinta nell’opera dell’artista Normanno ho aperto l’obbiettivo puntando su aspetti decisamente episodici, perché, io credo, in questa specifica narratio evangelicae si trova una verità estetica di fondo che sublima di fatto la religiosità immaginata, entrando nella sua spiritualità più profonda. Ed ecco che nella pittura contemporanea il messaggio si fa vivo, svelato, e mostra impudicamente, senza orpelli e decorativismi inutili, lo spazio astratto che supera ogni sorta di storicismo bieco ed insufficiente. Qui si descrive l’oggi con le sue inutili contraddizioni, dove l’apparire sembra annebbiare l’essere e in cui gli stravaganti atteggiamenti dell’uomo moderno annullano la grandiosa semplicità delle cose. Intendo dire che nel pensiero di Rocco Normanno vi è l’attualità del messaggio spirituale che permane fuori da un divenire, trasponendosi in un alveo inquieto, pieno di quesiti e incertezze. Lo si rileva nella tela in cui si rappresenta san Tommaso che assiste incredulo al ritorno del Signore e segue le sue parole

“Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato e non essere più incredulo ma credente.” (Gv., 20,14-27)

Tra gli apostoli c'è una ossequiosa chiarezza di sguardi, pensosi gesti che vengono illuminati da un chiaro raggio di luce, quella luce che accompagna le fede ritrovata. Un elemento di novità appare nella figura del Cristo, immagine riflessa dell’artista che con il suo volto affranto partecipa all’incredulità di Tommaso. Credo infatti che egli abbia voluto condividere con il riflesso del suo volto il vero senso religioso della pittura contemporanea, come se la vera fede risiedesse nell’apostolo incredulo che cerca il vero volto di Dio. Ma nell’artista questa ricerca evidente nel viaggio spirituale non è destinata a fermarsi poiché la meta è al di là dell’episodio rappresentato e l’indagine compie passi fuori dalla storia. Nella tela di Caino e Abele (2011) il confronto drammatico tra i due fratelli (Gn 4,8) si svolge di notte, nella non conoscenza, e la dimensione temporale assume un ruolo prevalente. È il momento in cui Caino sferra il colpo al fratello; alle loro spalle, in lontananza, al di là dell’acqua, è una città moderna piena di luci ma indifferente al dramma che si sta consumando, come se il genere umano non fosse cosciente del destino a cui sta andando incontro. Emerge così un contrapposto dinamico-narrativo; ancora una volta l’antico si fa moderno, la rappresentazione contemporanea dialoga inesorabilmente con un passo della Genesi. Mille particolari testimoniano un itinerario immaginifico mai fermo, mai ovvio. L’opera che fa da pendant alla precedente è Davide e Golia (2011) che racconta un dramma in cui però l’ingegno vince sulla bestialità. Il giovane Re di Israele è colto nell’atto di tagliare la gola al gigante la cui sembianza fisica non è caratterizzata dalla sproporzione ma dal divario dell’età. L’incredulo Golia avverte la fine che viene interpretata nella sua veridicità laica e corporea. Rocco infatti nella esecuzione visiva non interpreta il messaggio secondo l’orientamento della Chiesa di oggi ma descrive, con un occhio del tutto personale, un episodio di autentica drammaticità. La scena è dominata dalla forza bruta che sta a terra, piegata dall’impavido pensiero del ragazzo. Mi piace citare tra le opere a tema spirituale presenti in mostra la tela che raffigura san Sebastiano (2008). Poiché l’iconografia del Santo viene associata alla peste, essa risulta di grande attualità; l’Athleta Christi, come viene ricordato dagli agiografi, è ritratto nell’atto pietoso del martirio. Durante l’episodio efferato Sebastiano viene colpito da numerose frecce, ma il corpo sembra incorrotto, mantenendo così la suggestiva forma anatomica senza spasmo né dolore. Nel dipinto contemporaneo il Santo è salvo: nella laica versione di Rocco Normanno la figura sinuosa e chiara, in stacco con il cielo all’orizzonte presago di toni minacciosi, trasmette la supremazia surreale dell’assenza di dolore, in quanto il martirio viene consegnato, attraverso un esercizio di pia memoria, alla storia.

Al termine di questi miei pensieri sottoposti ad una meditata riflessione sono ormai convinto che i colori e le forme di Rocco Normanno, versati in quelle solitarie tele che gridano silenziosamente a chi osserva, rinnovano in quello stato di trasparente laicità il legame profondo tra l’uomo e il non visibile, di cui appunto in quel maggio del lontano 1964 parlava proprio Giovan Battista Montini che, anche lui profeta e uomo solo, cosciente di aver di fronte un mondo ormai scristianizzato, comunicava ad un popolo in cerca del sacro ma ancora lontano dall’idea di eternità il riflesso della bellezza creativa.


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