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La realtà simbolica di Rocco Normanno

Vittorio Sgarbi


Di Rocco Normanno mi parlò la prima volta Anna Checcoli, un’amica fiorentina la cui voce e le cui lettere mi arrivavano da un passato remoto, sopito e mai spento, con intermittenti accensioni. Forse dopo quindici anni dall’averla incontrata in Santo Spirito a Firenze, mi avviò un giovane timido e composto, con alcune vivide illustrazioni, alla mostra caravaggesca in Palazzo Reale a Milano, da me organizzata nel 2005.

Rocco Normanno, silenzioso ma intimamente soddisfatto, mi sottoponeva le sue parabole di vita quotidiana avvertendo il compiacimento della mia osservazione. Ci fù così, a lui e a me, chiaro tutto. Io chiamai Maurizio Caprara e gli dissi della singolare opportunità di esporre le opere di un caravaggesco vivente, l’ultimo dei caravaggeschi. Era una definizione pertinente e propria, giacché Normanno, come ben si vede nella “Incredulità di San Tommaso”, con cui si apre questa mostra, traveste i personaggi delle storie bibliche o evangeliche in abiti contemporanei.

Le attitudini, lo spirito, anche i silenzi, restituiscono l’aura di Caravaggio, sempre drammatica, sempre simbolica. E non è all’opera soltanto un virtuoso, ma un nuovo e autentico pittore della realtà. Gli episodi più frequenti e consueti della iconografia religiosa, si rinnovano e rivivono sulla scena della vita quotidiana.

Così: “Giuditta e Oloferne”, la “Partenza per Betlemme”, “Davide e Golia”, così la stessa “Madonna con Bambino”. L’attualizzazione di Normanno è radicale, è programmatica e pedagogica. E non è fotografica, anche se si giova della fotografia. È, bensì, teatrale. I suoi amici e conoscenti sono chiamati a gran voce per entrare nella pittura, assumendo i ruoli di personaggi di storie bibliche ed evangeliche e dando loro le proprie sembianze.

La novità è che tutto accade oggi, e occorre una più forte concentrazione sull’immagine per risalire al tema illustrato. L’idea è semplice, ma così intensa da lasciarci increduli. E qui la realtà assume un significato simbolico, un secondo livello oltre quello dell’apparenza. Tanto che la prima realtà rapidamente si dissolve, e noi siamo costretti a vedere altro. Anche chi sarà invitato alla vernice di questa mostra potrà entrare in scena e farsi l’Angelo senza ali di una nuova Annunciazione, o Maria Maddalena, o Caino.

Non dovrà fare altro che continuare a vivere come se stesso. La pittura di Normanno ne asseconderà l’esistenza indirizzandola verso un valore più alto, verso una verità scritta nella storia dell’uomo.

L’attesa, la solitudine, il trionfo

Anna Checcoli


Cercare di scandagliare l’ideale che anima la produzione di un’artista è sempre impresa complessa e delicata. È con grande umiltà che mi accosto, dunque, al difficile compito della presentazione del pittore e dell’amico.

L’inizio della sua ricerca affonda le radici nel lavoro di Leonardo Da Vinci, il quale afferma dogmaticamente: “Farai le figure in tale atto il quale sia sufficiente a dimostrare quello che la figura ha nell’animo; altrimenti la tua pittura non sarà laudabile”.

Rocco Normanno ha più volte ribadito la sua predilezione per la grande pittura figurativa, ritenendo che tutte le esperienze vissute dall’uomo nel corso della sua esistenza sedimentino nella memoria, fino a costruire l’individuo, fino a modificarne il volto e l’espressione, tanto da permettere l’affioramento dell’immagine di sé, in una corrispondenza biunivoca tra interiorità ed esteriorità.

Il nostro giunge dunque allo studio del ritratto come espressione, talvolta, delle dinamiche psichiche delle relazioni tra artista e modello, oppure della psicologia individuale. È in questo contesto che si inserisce una ulteriore variante della sua elaborazione concettuale e, quindi, della sua produzione artistica.

È nella meticolosa resa degli oggetti e dei personaggi rappresentati, è nella poetica del rapporto luce-ombra, così evidente nelle sue opere, è nell’interpretazione degli avvenimenti sacri, biblici, allegorici come fatti semplicemente umani, eliminando ogni richiamo agli schemi prefissati, ma anzi inventando un suo particolare repertorio, e in questo contesto, dicevo, che bisogna parlare di Normanno come del principale rappresentante di un nuovo Realismo e di un nuovo Rinascimento, esattamente come, circa quattrocento anni fa, si è parlato di Caravaggio, testimone di due tradizioni diverse: il realismo lombardo e il rinascimento veneto.

Nel panorama talvolta ripetitivo dell’arte contemporanea, si distingue Rocco Normanno, un’artista che esprime liberamente se stesso con un linguaggio autonomo, ma che si rifà alla poetica caravaggesca, dipingendo persone comuni, facendole assurgere a grandi interpreti di temi biblici o mitologici rivisitati in modo adeguato.

Esattamente come nelle opere di Caravaggio, Normanno affronta i suoi racconti immergendoli nella realtà del nostro tempo, nella contemporaneità, con personaggi in abiti moderni. E la luce è l’elemento caratterizzante dell’intera opera, sia essa una natura morta, siano essi ritratti di famiglia o di individui, chiamati ad interpretare temi complessi come la “Partenza per Betlemme”, il “San Tommaso”, il “Narciso”…

La forza di Normanno, dunque, consiste nel magico potere di trasmettere pittoricamente la sua intellettualità complessa ed articolata, ma anche la sua straordinaria facoltà di osservare e di rappresentare la realtà circostante. Le sue opere ci comunicano sensazioni contrastanti ma complementari, quali l’immobilità del dolore sospeso, quasi cristallizzato in una sorta di eterna perfezione, e la spinta del pathos, un movimento che possiamo avvertire quasi fisicamente.

L’attesa, la solitudine, il trionfo che ha sempre il retrogusto della sconfitta, e viceversa. In Normanno tutto è chiaro, ma tutto è soggetto ad interpretazione, in una lucida visione dei segreti della vita, visione agnostica ma, forse proprio per questo, mistica.

Rocco Normanno: Il Pittore del “Realismo Popolare”

Eraldo Di Vita


L’opera di Rocco Normanno avrebbe potuto tranquillamente rientrare ne: “Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori”, scritte da Giorgio Vasari (1511-1574), che si sarebbe espresso più o meno così:

“Questa è la historia di Rocco Normanno, pintore reale e universale, coloristico nelle mistioni, che sa radiare la luce con la contrarietà dei corpi ombrosi, che sembran le sue figure eseguite in un corso di pennello e ispirate d’un fiato, frutto di uno spirito senza turbamenti e che conosce li confini del bello. Le figure dipinte da questo artista emergono dal nero del Medioevo e si illuminano della luce del Rinascimento, dove la dimensione profondamente psicologica dei suoi quadri risalta all’occhio e al sentimento.”

Ecco come Rocco Normanno, pur operando nel duemila, traghetta, come un novello Caronte, la pittura del ‘500 e ‘600 ai nostri giorni, con la volontà di entrare nell’intimità del soggetto, dove la figura più reale della realtà diventa astrazione mentale, riassettando incosciamente le rovine della nostra civiltà artistica, che dal 1700 ad oggi è stata una continua, incessante ricerca, dove la realtà ha subito le più tragiche trasfigurazioni.

Il realismo di Normanno è attento all’uomo, alle sue emozioni e al suo destino quotidiano, con un riferimento inequivocabile alla realtà concreta, visibile e conoscibile del mondo, attento alle nuove esigenze delle condizioni sociali, economiche e politiche del suo tempo, pur rivisitando a volte istanze del passato per ricondurle all’attualità , vedi “Caino e Abele” e la ferocia con cui Caino sta per colpire Abele con la pietra. I due personaggi sono illuminati da una luce frontale che rende ancora più drammatica la scena.

La particolare tecnica pittorica di questo artista sta nel naturalismo delle sue opere, espresso nei soggetti dipinti e nelle atmosfere in cui la plasticità delle figure viene evidenziata dalla particolare illuminazione che sottolinea i volumi dei corpi che escono improvvisamente dal buio della scena.

Un’altra particolarità di Rocco Normanno è quella di dare poca importanza allo sfondo dell’opera rispetto ai soggetti, i veri e soli protagonisti dei suoi quadri. Le fotografie che servono a Normanno per realizzare i suoi dipinti sono eseguite in modo che le figure o i modelli vengano illuminati dalla luce solo in parte, lasciando il resto del corpo nel buio dell’ambiente.

Lo sfondo, quindi, è quasi sempre monocromatico, oppure illuminato da una luce violenta (per questo Normanno deve essere considerato anche fotografo esperto e particolare).

Normanno conosce bene la pittura antica e segue attentamente quella contemporanea. La sua arte è caratterizzata da una grande dimensione narrativa e teatrale e i suoi quadri sono il palcoscenico di scene vive e di emozioni intense. La sua è una “pittura-azione” in cui l’artista sprigiona la propria creatività, la tecnica e l’energia. Le sue ricerche, quelle di regolarizzare la forma, sono connesse alla volontà di collocare e articolare le figure in una moderna realtà spaziale, nella quale l’elemento portante è costituito dalla luce, come nell’opera “Amorino dormiente” ( riceve la luce che viene dall’alto sul fianco sinistro). Sullo sfondo si intravedono, nella penombra, un cavalletto, una tela e un busto di donna su un trespolo.

Privilegiando la dialettica “luministica” egli mira ad ottenere maggiore rilievo delle figure che assumono quel “realismo popolare” caratteristico di questo artista , come in “Eva”, una donna di colore in stato interessante con la mela in mano. Quest’opera è il preludio (ha lo stesso volto) al grande ritratto di Fiona May, la Dea luminosa e potente, l’icona dello sport italiano, campionessa di salto in lungo.

Gli aspetti più moderni della pittura di questo artista sono da ricercarsi nella pratica di dipingere dall’immagine fotografica, con la mediazione del disegno di e la successiva applicazione del colore che infonde luci ed ombre a quella figurazione; una rappresentazione da palcoscenico, che suggerisce un iter secondo il quale il massimo di realismo corrisponde al massimo di interiorizzazione , vedi “Medea”, che rappresenta i fatti nudi e crudi e la brutalità della vita, anche moderna (un omicidio vero e proprio).

Mediando natura e cultura ,in una luminosa metafora pittorica, Normanno realizza qualcosa che amplia la sfera dell’esistenza spingendosi alla ricreazione visiva oltre i limiti del reale,nell’intento di sostituire la vitalità della propria immaginazione alla forza creatrice della natura, come in “San Matteo e l’Angelo”, dove il giovane con le ali sembra condurre la mano del vecchio che scrive (l’innocenza che prevale sulla sapienza).

Le opere di questo realista sono intriganti, a volte dure come scelte di campo, ma sono sempre personalissime e mantengono integre le componenti della storia dell’arte italiana, ell’immaginazione e della favola. Rocco Normano, come si dice in Toscana, “dipinge come mangia”, nel senso che non corregge nemmeno i difetti dei suoi modelli, anzi li esalta, perchè essi sono legati alla vulnerabilità dell’esistenza umana; per lui ogni dettaglio dell’opera ha un suo significato ben preciso e riesce a mostrare il massimo delle cose col minimo dei mezzi, aiutandoci ad entrare nel soggetto dipinto con le sue e nostre emozioni.


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