L’attesa, la solitudine, il trionfo

 

Cercare di scandagliare l’ideale che anima la produzione di un’artista è sempre impresa complessa e delicata. È con grande umiltà che mi accosto, dunque, al difficile compito della presentazione del pittore e dell’amico.

 

L’inizio della sua ricerca affonda le radici nel lavoro di Leonardo Da Vinci, il quale afferma dogmaticamente: “Farai le figure in tale atto il quale sia sufficiente a dimostrare quello che la figura ha nell’animo; altrimenti la tua pittura non sarà laudabile”.

 

Rocco Normanno ha più volte ribadito la sua predilezione per la grande pittura figurativa, ritenendo che tutte le esperienze vissute dall’uomo nel corso della sua esistenza sedimentino nella memoria, fino a costruire l’individuo, fino a modificarne il volto e l’espressione, tanto da permettere l’affioramento dell’immagine di sé, in una corrispondenza biunivoca tra interiorità ed esteriorità.

 

Il nostro giunge dunque allo studio del ritratto come espressione, talvolta, delle dinamiche psichiche delle relazioni tra artista e modello, oppure della psicologia individuale. È in questo contesto che si inserisce una ulteriore variante della sua elaborazione concettuale e, quindi, della sua produzione artistica.

 

È nella meticolosa resa degli oggetti e dei personaggi rappresentati, è nella poetica del rapporto luce-ombra, così evidente nelle sue opere, è nell’interpretazione degli avvenimenti sacri, biblici, allegorici come fatti semplicemente umani, eliminando ogni richiamo agli schemi prefissati, ma anzi inventando un suo particolare repertorio, e in questo contesto, dicevo, che bisogna parlare di Normanno come del principale rappresentante di un nuovo Realismo e di un nuovo Rinascimento, esattamente come, circa quattrocento anni fa, si è parlato di Caravaggio, testimone di due tradizioni diverse: il realismo lombardo e il rinascimento veneto.

 

Nel panorama talvolta ripetitivo dell’arte contemporanea, si distingue Rocco Normanno, un’artista che esprime liberamente se stesso con un linguaggio autonomo, ma che si rifà alla poetica caravaggesca, dipingendo persone comuni, facendole assurgere a grandi interpreti di temi biblici o mitologici rivisitati in modo adeguato.

Esattamente come nelle opere di Caravaggio, Normanno affronta i suoi racconti immergendoli nella realtà del nostro tempo, nella contemporaneità, con personaggi in abiti moderni. E la luce è l’elemento caratterizzante dell’intera opera, sia essa una natura morta, siano essi ritratti di famiglia o di individui, chiamati ad interpretare temi complessi come la “Partenza per Betlemme”, il “San Tommaso”, il “Narciso”…

 

La forza di Normanno, dunque, consiste nel magico potere di trasmettere pittoricamente la sua intellettualità complessa ed articolata, ma anche la sua straordinaria facoltà di osservare e di rappresentare la realtà circostante. Le sue opere ci comunicano sensazioni contrastanti ma complementari, quali l’immobilità del dolore sospeso, quasi cristallizzato in una sorta di eterna perfezione, e la spinta del pathos, un movimento che possiamo avvertire quasi fisicamente.

 

L’attesa, la solitudine, il trionfo che ha sempre il retrogusto della sconfitta, e viceversa. In Normanno tutto è chiaro, ma tutto è soggetto ad interpretazione, in una lucida visione dei segreti della vita, visione agnostica ma, forse proprio per questo, mistica.

 

Anna Checcoli